Da Gerusalemme ai confini della terra
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I have a dream, Martin Luther King

“A j ò fat un sogn”. Ravenna Festival - XXIX edizione 1 giugno-22 luglio

I have a dream, Martin Luther King

Sono passati decenni da quando Martin Luther King, il più celebre leader delle battaglie per i diritti civili dei neri negli Stati Uniti, fece il famoso discorso al termine di una grandissima marcia di protesta a Washington, il 28 agosto 1963. “I have a Dream”, nel suo discorso, sembrò raccogliere ed enfatizzare il sogno di tutti i neri d’America; tuonò come se le voci e i pianti dei neri schiavi nelle piantagioni di canna da zucchero, di cotone e di tabacco si fossero unite, quel giorno in un’unico grido e un’unica richiesta. Questo era il sogno del Reverendo King. “Io sogno che un giorno il nero di questo paese e ogni uomo di colore del mondo intero saranno giudicati in base al loro valore personale anziché per il colore della pelle e che tutti gli uomini rispetteranno la dignità dell’essere umano”. La frase è diventa il simbolo della lotta contro il razzismo ma anche contro ogni potere totalitario atto a distruggere la dignità dell’uomo.

Cinquanta anni dopo, la nipote di Martin Luther King, Yolanda Renee, 9 anni, è salita a sorpresa sul palco della marcia per il controllo delle armi a Washington, nel mese di marzo 2018, e ha citato Martin dicendo: “Mio nonno aveva un sogno, che i suoi quattro figli non fossero giudicati per il colore della loro pelle ma per il loro carattere. Io ho un sogno che questo sia un mondo senza armi. Spargete la voce in tutto il paese, noi saremo una grande generazione”. “I have a dream” è stato reso al plurale “We have a dream” e ulteriormente personalizzato nella traduzione in dialetto romagnolo “A j ò fat un sogn”. È il tema che darà vita al programma di Ravenna Festival declinato in due linee che a tratti si avvicineranno: “Nelle vene dell’America e “Il canto ritrovato della cetra”. In questo momento di smarrimento e inquietudine, grandi uomini come Luther King possono rappresentare guide e punti di riferimento, per non dimenticare errori e orrori passati e per non ripeterli, ancora oggi, a cinquant’anni dalla morte, il 4 aprile del 1968, il giorno in cui fu assassinato a Memphis, Tennessee.

 

“A j ò fat un sogn”

“Nessuno poteva immaginare – ha sottolineato Cristina Mazzavillani Muti, presidente di Ravenna Festival – che le parole del Reverendo King sarebbero diventate una icona universale.

One man. One march. One speech. One dream. Vede, ognuno di noi ha un sogno, personale o collettivo. È il sogno che spinge a riemergere dopo aver “toccato il fondo”, a seguire lo spiraglio di luce che lo fa sperare nel futuro. Ecco, dopo momenti di dolore, di nuovo “Il canto ritrovato della cetra”, il canto dell’anima che risolleva dalle sconfitte. Lo dice bene Quasimodo quando ricorda la crudeltà nazista: “E come potevano noi cantare/ con il piede straniero sopra il cuore,/fra i morti abbandonati nelle piazze/sull’erba dura di ghiaccio, al lamento/d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero/della madre che andava incontro al figlio/ crocifisso sul palo del telegrafo?/Alle fronde dei salici, per voto,/anche le nostre cetre erano appese,/ oscillavano lievi al triste vento”. Ancora una volta dobbiamo credere che la musica, la poesia, l’arte, sono un rifugio ad una realtà crudele che mortifica la dignità dell’uomo ma allo stesso tempo un primo passo per ripartire e credere alla vita e ai suoi valori”. Ad esempio, Sarajevo, ci chiese aiuto perché voleva rinascere e ha cercato di farlo partendo dalla musica!

Rivedo ancora l’interminabile fila di gente che veniva ad ascoltare il concerto, procedendo attraverso le case distrutte, la strada inesistente, una città fantasma, e quelli erano i primi passi verso la rinascita!”.

 

Nelle vene dell’America

“La figura di Luther King – spiega Franco Masotti, direttore artistico di Ravenna Festival – fornisce l’occasione di approfondire l’enorme contributo che gli Stati Uniti, con il proprio unico melting pot di culture, etnie, religioni e lingue, hanno saputo elargire nel corso di quasi due secoli e mezzo di storia, a partire dalla loro indipendenza. Anche limitandosi al solo campo musicale, tutto ciò che possiamo e amiamo ascoltare oggi non sarebbe lontanamente immaginabile senza quel che è stato generato da questo irripetibile terreno di coltura: dal blues al jazz, dal rock al rap e all’hip-hop, senza tralasciare la musica “colta”, pur così originale nel suo affrancarsi e rendersi indipendente dalla tradizione europea”. Sono numerose le occasioni di ascolto e confronto che il Festival offrirà al pubblico, a partire da quel capolavoro del teatro musicale e della musical comedy che è Kiss Me, Kate, composta da Cole Porter, compositore che, secondo la leggenda, fu ispirato dai mosaici di Ravenna nello scrivere la canzone Night and Day. Il musical sarà portato sulla scena dalla produzione dell’inglese Opera North. Seguiranno molti altri appuntamenti che illustreranno l’iter compiuto dalla musica americana partendo dai canti dei neri nei campi di lavoro fino quelli di protesta, contro il razzismo, contro le guerre e contro i governi totalitari.

 

Il canto ritrovato

Angelo Nicastro, direttore artistico di Ravenna Festival, ha sottolineato l’attualità della frase di Martin Luther King, un sogno che ancora oggi attende di avverarsi. “Il fatto che noi lo abbiamo riproposto volgendolo al plurale e anche nel nostro dialetto, dimostra che le attuali circostanze, le nuove problematiche sorte in tanti paesi, fanno sì che “I have a dream” sia ancora da attuare, ma quello che è giusto è che l’uomo continui ad avere questo sogno”. A proposito del “Canto ritrovato della cetra” Angelo Nicastro spiega come “Potrebbe sembrare un paradosso il fatto che dopo l’inaridimento, che certe drammatiche situazioni creano, l’uomo senta il bisogno di tornare a creare musica, poesia, arte. La cetra è il suono dell’anima, e quando l’anima è mortificata la cetra, la creatività, tacciono. Ce lo ricorda il celebre incipit del Salmo 136 “Super flumina Babylonis”, che sarà eseguito nella basilica di Sant’Apollinare in Classe, che racconta la tragedia vissuta dal popolo ebraico dopo la distruzione di Gerusalemme del 586 a.C. e il conseguente esilio babilonese e ce lo ricorda la musica di Giuseppe Verdi nel ‘Va pensiero’: “Arpa d’or dei fatidici vati,/ Perché muta dal salice pendi?/ memorie nel petto riaccendi,/Ci favella del tempo che fu!” E proprio nei luoghi che hanno subito momenti di tragicità rinasce nell’uomo, attraverso la musica e la poesia il desiderio di riacquistare la dignità.

Anna De Lutis

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