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Di palo in frasca

La carioca Baby Luna

Di palo in frasca

La carioca! Böja della sua miseria me l’ero proprio scordata la carioca!

Me l’ha fatta tornare in mente Gianèto ‘d Zamarèja l’altra sera a casa sua, intanto che mi dava una mano a sbroccare i nomi degli alunni della scuola popolare di Basiago. Fra le fotografie di lui e dei suoi soci di gioventù non è mo saltata fuori anche quella che vedete qui di sopra: una carioca! La carioca con cui Gianèto per diversi anni ha lavorato e scorazzato lungo le nostre strade. Roba da museo che a quelli nati dal sessanta in poi non gli dice niente o tutt’al più li fa sorridere solo a pensare che ci si potesse servire di un aggeggio di quella posta. Per quelli invece che, come me, al mondo ci sono venuti prima, il rivedere una carioca è un riandare indietro, un riaffiorare di ricordi che il tempo aveva cancellato. La carioca! Strano mezzo meccanico nato dall’ingegnosità di chi aveva a disposizione pochi soldi e tanta fantasia. Se andate a snasare su internet troverete che la carioca, definita una “trattrice derivata” fece la sua comparsa a metà degli anni Trenta, all’epoca della guerra d’Africa, e che venne usata soprattutto in Emilia Romagna, Lombardia, Veneto per far fronte alla scarsità di braccia dovuta ai tanti uomini che erano stati mandati a combattere. Costruita con tutto ciò che si poteva trovare sul mercato dell’usato (pezzi di vecchie automobili, di camion, di automezzi militari, ecc.) fece le veci del trattore fino alla fine degli anni Cinquanta, quando i progressi della tecnologia e, soprattutto, il miglioramento della situazione economica, la mandarono in pensione.

Il riciclaggio di tanti materiali, ingegnosamente assemblati da una creatività tutta nostrana, portò a una gamma quanto mai varia di carioche completamente differenti l’una dall’altra, ma tutte di grande utilità per chi le possedeva. Io ne ricordo un paio, usate ancora dai miei vicini nei primi anni Sessanta. Una era molto semplice: un pianale di legno, forse quello di un biroccio, con due ruote di un tipo e due di un altro, su cui, oltre al motore e a un volante enorme con un’asta lunghissima, era stata fissata la botte per dare l’acqua alle viti. L’altra era quasi un vero e proprio camioncino con tanto di cabina ottenuta con vecchie lamiere verniciate di verde e un cassone dove il contadino caricava un po’ di tutto: fieno, grano, legna, le casse dell’uva, il letame e, a volte, perfino noi bambini che ci godevamo la faccia a farci sbatacchiare da una sponda all’altra lungo le carraie e le cavedagne del suo podere. Ma veniamo alla carioca di Gianèto che qualcuno aveva battezzato scherzosamente “Baby Luna” e che fu costruita con lo stesso sistema usato per tutte le altre. Alla fine degli anni 40, forse era il 1947 o il 1948, Gianèto e il suo amico Raflì (Raffaele Lama che aveva l’officina in Borgo subito fuori Porta delle Chiavi, lì dove adesso c’è la posta) andarono a Reggio Emilia e tornarono a Faenza con un motore industriale a gasolio a un cilindro soltanto. Poi fu la volta di Gambettola, la capitale romagnola dei rottami, dove si poteva trovare di tutto e con poca spesa; si portarono a casa le ruote, il volante, i cambi e il resto che serviva. Dal lavoro paziente e ingegnoso di Raflì e di Gianèto venne fuori quel capolavoro di carioca che vedete nella fotografia. Nei primi tempi fu usata prevalentemente nel campo dei Zamarèja (era un bel passo avanti rispetto a quando si usavano soltanto le bestie) e come automezzo per portare Gianèto e i suoi amici a divertirsi; infatti, quando c’era qualche festa o manifestazione nelle parrocchie e nei paesi vicini, sistemate nel cassone due panche prese dalla chiesa ci salivano in otto o dieci e arrivavano a destinazione in allegria fra battute, scherzi e perfino qualche partita a carte.

Con il 1951, l’anno in cui si sposa, Gianèto comincia a usare Baby Luna per la propria attività, quanto mai varia da contoterzista; in base ai lavori, via via richiesti dai clienti, Gianèto a volte applicava alla carioca una potente pompa per svuotare i pozzi oppure un torchio per l’uva e le vinacce, un frullo per sgranare le pannocchie di granturco e perfino una sega circolare con annessa la spaccatrice per la legna grossa. La carioca con cui lavorava e si spostava da una casa all’altra non era però registrata da nessuna parte e lui volle mettersi in regola; si rivolse all’autoscuola Melegari che gli preparò tutta la documentazione necessaria per il collaudo. Piuttosto singolare la prova pratica a cui fu sottoposta Baby Luna: l’ingegnere collaudatore, alquanto scettico sulle capacità di trasporto e di tenuta di quello strano “aggeggio”, fece caricare dieci quintali poi la mandò su per la strada di Castel Raniero e la fece fermare a metà salita. La prova andò a meraviglia: la carioca salì senza difficoltà e anche il freno, durante una lunga sosta, tenne bene. Gianèto però, da quell’uomo estremamente pratico che è sempre stato, l’aveva aiutato con un grosso tappo di legno che si era portato dietro. Baby Luna fu così collaudata per una portata di venti quintali e per qualche anno, a ogni revisione, tutto andò bene. Quando però Gianèto decise di farla registrare come autosega perché c’era un signore di Riolo Terme che gliela comprava sorsero dei problemi. L’ingegnere che gliela aveva collaudata si era trasferito a Ravenna e il nuovo non voleva assolutamente sentire ragioni.

Gianèto non si perse d’animo, la caricò su un camioncino e andò a Ravenna. Nel vederselo nuovamente davanti l’ingegnere, che ormai lo conosceva bene, si mise a ridere e in due e due quattro Baby Luna diventò auto-sega a tutti gli effetti.

Con la vendita della carioca per Gianèto finì un’attività e ne iniziò un’altra, quella di autista di servizio pubblico. Gianèto con le sue macchine ha viaggiato tanto portando i suoi clienti, lo si può ben dire, in giro per mezzo mondo.

Mario Gurioli



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