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Inaugura mercoledì 24 aprile la mostra In un vortice di polvere

Casa Ragnoli (via Torricelli 28 – Faenza) ospita, dal 25 aprile al 12 maggio settanta fotografie di Annalisa Vandelli che mostrano un Sud del mondo spesso ignorato

Inaugura mercoledì 24 aprile la mostra In un vortice di polvere
 
Farsi Prossimo e Caritas Diocesana Faenza-Modigliana presentano
IN UN VORTICE DI POLVERE
fotografie di Annalisa Vandelli 
a cura di Tatiana Agliani e Uliano Lucas
Dal 25 aprile al 12 maggio 2019 | Faenza, Casa Ragnoli – via Torricelli 28
Inaugurazione: mercoledì 24 aprile ore 18.00
 
LA MOSTRA
Le cantine di una delle case più antiche di Faenza si aprono ai racconti per immagini di Annalisa Vandelli. I settanta scatti che compongono la mostra arrivano in questa sede insolita grazie all’impegno dell’Associazione Farsi Prossimo, di Caritas Diocesana, al sostegno di BPER Banca e al patrocinio del Comune di Faenza, ma anche di tante altre Associazioni del territorio. Associazioni che ringraziamo nuovamente per l’impegno e la dedizione nella realizzazione della mostra.
In un vortice di polvere compie così un’altra tappa del suo percorso iniziato a Roma, nella Galleria 28 in Piazza di Pietra e passato da altri luoghi prestigiosi, tra cui Rocca Paolina a Perugia, il Castello di Spezzano, Altidona. Faenza consegnerà poi la mostra a Bologna.
Le fotografie esposte sono il risultato del lavoro di selezione dei curatori Agliani e Lucas; la studiosa di comunicazione visiva e il fotoreporter di fama internazionale restituiscono al pubblico il distillato di 10 anni di lavoro. 
                                  
“… Dieci anni di parole e immagini, dieci anni di notizie e riflessioni, che ci interrogano su un Sud del mondo che continuiamo a non vedere, a non considerare, malgrado migliaia di migranti ce ne portino quotidianamente i drammi e i problemi con le loro vite spezzate, malgrado le nostre scelte di vita e le nostre politiche abbiano condizionato la sua storia recente e passata. Quasi che i confini del mondo ancora oggi si fermassero alle Colonne d'Ercole. (…) E hai fatto tutto questo con una delicatezza che si scopre negli sguardi che ti vengono restituiti dalle persone ritratte. Con una fotografia partecipe che abbandona il mito dell'obiettività per entrare nella vita dei protagonisti delle immagini.” (Uliano Lucas e Tatiana Agliani)
 
Le fotografie sono accompagnate da testi, video, parole e musiche, che mescolano emozioni e conoscenze attraverso linguaggi diversi. In occasione della mostra è stato pubblicato un libro d’autore per i tipi di Incontri Editrice, ispirato alla nota agenda Moleskine, che ha accompagnato per questi anni la reporter.
Il titolo è preso a prestito da una canzone di Fabrizio de Andrè, Il suonatore Jones:
In un vortice di polvere
Gli altri vedevan siccità
A me ricordava
La gonna di Jenny
In un ballo di tanti anni fa
 
A dire che una situazione, per quanto ovvia, per quanto umile ha in sé eccezioni di bellezza, basta avere gli occhi pronti a coglierla; basta intravedere la luce fuori e dentro le cose, i fatti, le situazioni, le persone. Lo stesso tentativo intende imprimere in immagini questo corteo di racconti. Tutto è connesso e rimescolato nel mondo della globalizzazione e così le fotografie e i testi non solo richiamano racconti, ma parlano allo spettatore di attimi rivelatori, assoluti, condivisi, dove l’essere umano è rimesso al centro, seppure oppresso da un sistema economico e tecnocratico che tende a prostrarne l’umanità stessa.
Lo Storico dell’Arte, Andreas Neufert, così commenta:
“… Vero è che, con sicurezza quasi cieca, alcune di queste immagini catturano l’attimo in cui la speranza incontra la disperazione e la illumina.(…)
Di colpo cessiamo di porci domande su ciò che è stato e siamo rapiti dal momento stesso come in un’epifania. Poi l'immagine si combina con il fluire della memoria e dell’immaginazione personale e si stacca dal piano narrativo per irrompere in quello riflessivo, o per meglio dire, autoriflessivo dello spettatore.(…)
Il segreto dell’arte combinatoria di Annalisa Vandelli risiede nel creare una sorta di marchingegno in cui la banalità delle apparenze cede automaticamente al fascino di un volto autentico, di un corpo vissuto. Solo che questo valore aggiunto non è più ascrivibile all’alterità culturale dell’esotico, ma a una contrapposizione piuttosto impenetrabile, che ci riguarda più da vicino di quel che vorremmo.(…)
Con una tensione tra amore, speranza e paura mai trattenuta negli sguardi, queste foto rappresentano l’esatto contrario della nostra dipendenza narcisistica dai selfies con la loro vuota e conforme mancanza di profondità, cui la faccia piatta, Face, si antepone ai sentimenti e li canalizza, se non li caccia indietro del tutto.” 


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