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Dopo 40 anni, i primi risultati

Brasile, l’esperienza di Vila Misionaria

Dopo 40 anni, i primi risultati

Il Comitato di Amicizia sostiene, fin dall’inizio degli anni ‘80, l’opera della Comunità delle Missionarie della Immacolata che stanno spendendo la loro vita nella estrema periferia di San Paolo, in Brasile.

La prima volta che visitai quella comunità fu nell’estate del 1982. Trovai una casa molto semplice, contornata da modeste abitazioni. Sulla collina posta oltre un ruscello, notai che stava sorgendo una baraccopoli. Chiesi a suor Augusta Zandonadi, brasiliana di origini italiane, allora era responsabile di quella comunità: “Da dove vengono le famiglie che su quella collina stanno costruendosi le loro povere abitazioni?”.

Mi rispose che provenivano dalle regioni interne dello stato di San Paolo, molte anche dagli Stati del Nord-est del Brasile, dove soffrivano la fame causa la mancanza di lavoro. Speravano di trovarlo nella grande metropoli.

Ricordo che visitai la casetta posta più in alto, con vista su un’area boschiva. Il giovane che abitava lì catturava gli uccelli che vivevano nel bosco, e li vendeva alla famiglie della città, per ricavarne un misero utile.

Ho visitato molte altre volte quella comunità e ogni volta notavo che lo spazio verde della colina diminuiva di continuo, perché nuove abitazioni venivano costruite, senza un progetto urbanistico e una rete viaria e fognaria.

Stretti sentieri si snodavano disordinatamente fra le abitazioni. Ciascuna di esse riversava sotto al pavimento lo scarico delle acque usate per lavarsi e lavare i panni e il vasellame.

Le acque sporche scendevano lungo il pendio della collina e formavano rigagnoli che si ingrandivano man mano che proseguivano verso il ruscello di fondo valle. Una fogna a cielo aperto nella quale proliferavano innumerevoli grossi topi, che si infiltravano anche nelle abitazioni.

In una simile situazione, i pericoli per gli adolescenti e le ragazzine erano enormi, anche perché nella favela avevano trovato rifugio narcotrafficanti e delinquenti comuni. Per dare una formazione agli adolescenti e tenerli lontani dai pericoli della strada, le religiose hanno dato vita al Cenfirc, che ha organizzato il doposcuola per i ragazzi dai 6 a 12 anni.

Successivamente, in accordo con il Municipio, esse hanno aperto una scuola materna che, ancora oggi, accoglie cento bimbi dai 3 ai 5 anni. Lo scorso anno le religiose, considerato i pericoli che gli adolescenti dai 12 ai 16 anni incontrano, hanno deciso di istituire dei laboratori a ciascuno dei quali partecipano 25 giovani. Il progetto, chiamato Olhar Jovem, vuole sviluppare uno sguardo critico, il senso di cittadinanza e il protagonismo degli adolescenti nei confronti della comunità in cui vivono. Il primo corso ha dato piena soddisfazione agli ideatori del progetto. Lavorare in equipe, riflettere sulle relazioni fra loro, prendere coscienza delle proprie emozioni, ha portato gli adolescenti a sviluppare un senso di responsabilità verso i colleghi e concentrarsi sull’obiettivo da raggiungere insieme.

Il corso ha portato beneficio anche alle famiglie. Durante le riunioni i genitori hanno sottolineato il cambiamento di attitudine dei ragazzi e la loro maggior disponibilità ad aiutare i genitori, anche in attività legate all’utilizzo di tecnologia. Grazie al corso, giovani che venivano da situazioni dolorose, o stati depressivi, hanno trovato la forza di superarsi. Alcuni hanno ripreso la scuola che avevano abbandonato, o affrontato gli studi con rinnovato entusiasmo.

Di recente, i giovani che hanno seguito i corsi, assieme ai loro genitori, ha battuto il loro quartiere per raccogliere i rifiuti che quotidianamente vengono abbandonati e li hanno trasportati nei contenitori che periodicamente vengono svuotati dall’Azienda Pubblica.

Hanno provveduto anche a fare un minimo di selezione. Le parti legnose le hanno accatastate a parte, affinché chi ne aveva bisogno se ne potesse servire.

Per il quartiere è stato un segnale estremamente positivo. Mai nessuno aveva compiuto un simile gesto, che ha significato dare una scossa agli abitanti e indicare loro che ciascuno deve aver cura del luogo in cui abita.

Si spera che per il futuro, altri giovani si sentono maggiormente sensibilizzati e pronti a dare nuovi segnali positivi nei confronti degli abitanti della favela, come li stanno dando i giovani i quali grazie alla frequenza del doposcuola organizzato dal Cenfirc, hanno terminato il loro ciclo scolastico e ora hanno un lavoro.

Raffaele Gaddoni



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