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Il 21 giugno in cattedrale si è celebrata una Santa Messa in memoria dei defunti per covid 19

Le parole di S.E. Mons Mario Toso

Il 21 giugno in cattedrale si è celebrata una Santa Messa in memoria dei defunti per covid 19

 Faenza, cattedrale 21 giugno 2020.

Illustri Sindaci, cari fratelli e sorelle,

nella nostra Diocesi celebriamo oggi il ricordo di tutti defunti per Covid-19, in particolare per coloro che non hanno avuto le esequie in chiesa, per le ragioni che conosciamo.

Siamo qui a compiere un atto d’amore nei loro confronti, affinché abbiano vita in pienezza. Preghiamo anche per la consolazione dei loro familiari. Nel tempo della pandemia, lo Spirito Santo ci ha aiutati ad entrare ancor più nella verità del mistero della morte e risurrezione di Gesù Cristo, come un evento che ci riguarda tutti, come credenti o no. Durante la sua risurrezione Egli non abbandona la nostra umanità, assunta con la sua incarnazione. Tutt’altro. Il nostro essere umano è portato da Lui, mediante la sua risurrezione, a sedere glorioso accanto al Padre. La nostra umanità, resa immortale da Cristo è, dunque, attesa presso il Padre. Da Dio, pertanto, siamo conosciuti, amati, e attesi al temine del nostro cammino su questa terra. La vita di tutti noi è amata da Dio. Lui la vuole, la crea, come cosa buona e preziosa. Egli manda il suo Figlio sulla terra, perché ne siamo più coscienti e rispondiamo al suo amore come altrettanti figli.

Nel battesimo, i nostri genitori e i padrini chiedono per noi la fede, perché abbiamo la vita eterna, perché viviamo eternamente. Forse, oggi, ne stiamo perdendo la convinzione, perché pervasi da una cultura consumista, chiusa alla trascendenza, all’al di là. A fronte della prospettiva di un futuro di vita eterna, più di qualcuno reagisce istintivamente con sconcerto. Il desiderio più immediato è la vita presente, perché – ecco l’idea che prevale – spaventa un’esistenza eterna senza un fine. La vita eterna così intesa non appare desiderabile. Sembra quasi una condanna, più che una ragione di felicità. In realtà, secondo la nostra fede, vivere eternamente significa vivere con pienezza di vita in Dio, ossia possedere una vita beata, una vita di piena felicità. Chi incontra, conosce e ama Dio è immerso nell’oceano dell’infinito Amore, in cui il tempo – il prima e il dopo – non esiste più. Col nostro battesimo, co-sepolti e co-risorti con Cristo, siamo immersi in tale infinito oceano. Gesù Cristo stesso ci attende in esso. Egli, infatti, ha detto: «Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia» (Gv 16, 22).

La speranza cristiana della vita eterna non è, pertanto, ad impronta individualistica, per noi soli. Ci attende una comunione divina e, mediante essa, la piena comunione con tutti i santi del cielo. Noi siamo incamminati verso un’esistenza in una moltitudine sterminata, la famiglia dei figli di Dio e dei fratelli, uniti in una fraternità granitica. Vivremo esultanti nell’eterno amore del Padre, del Figlio e dello Spirito santo, in un eterno amore fraterno.

In questi momenti storici, che ci vedono scettici e dubbiosi rispetto ad una comunione di giustizia e di pace, la prospettiva di una comunità immensa e beata, nostra meta, dovrebbe fortificare i fondamenti di una convivenza nazionale ed europea più fraterna e solidale. Guardiamo, allora, come suggerisce l’apostolo delle genti, alle «cose di lassù», per vivere meglio quaggiù, con più fede e con più speranza. Guardiamo alla nostra umanità, che risorta in Cristo, diventa fondamento del diritto di sperare e del corrispettivo dovere, come ha sottolineato papa Francesco nei suoi auguri pasquali al mondo. La nostra vita non finisce nel nulla, ma continua oltre il tempo e lo spazio. A chi è frastornato da quello che accade e cerca la buona ragione per vivere e per morire siamo chiamati ad annunciare che la si trova nella morte e risurrezione di Cristo. È indubbio che per riacquistare una speranza vera, dobbiamo arare e dissodare la nostra cultura, troppo intrisa di immanentismo e presa dall’idolatria del subito qui ed ora, senza aperture sul mondo trascendente. La nostra speranza, per noi e per i nostri cari defunti, sta in Dio che ci ha amati e ci ama tuttora sino alla fine, fino al pieno compimento (cf Gv 13, 1). Il contenuto della nostra speranza sta, dunque, nella relazione perpetua con Colui che non muore mai ed è la Vita stessa, la sua sorgente inesauribile.

Come ci ha insegnato l’aggressività del COVID-19 il nostro cuore non può saziarsi di piccole speranze terrene. Attendiamo una grande speranza, quella garantita da Dio. Abbiamo bisogno di essa, perché capace di superare tutti gli attacchi della morte. La grande speranza per noi è solo Dio. Solo Lui può essere vittorioso sulla caducità dell’esistenza umana. Dio è la grande speranza che anche nelle notti della solitudine non tramonta mai. Ecco cosa ci consola: la grande speranza che è Dio la incontriamo nel suo Figlio con il quale ci vedremo faccia a faccia nell’ultimo giorno. Davanti al suo sguardo si fonderà ogni falsità, saremo veramente solo noi stessi. Il suo sguardo e il tocco del suo cuore ci  risaneranno, portando una purificazione, come attraverso il fuoco. Saremo messi a nudo di fronte a noi stessi e al puro Amore che ci sarà, ancora una volta, dato da scegliere, senza impedimenti e senza oscurità. Lodiamo il Signore Gesù e la bontà del Padre manifestata in Lui. Preghiamo in questa Eucaristia perché i nostri fratelli defunti abbiano pienezza di vita in Dio.

                                                 + Mario Toso

In foto S.E. Mons. Mario Toso insieme ai sindaci Enea Emiliani (Sant’Agata sul Santerno), Simona Vietina (Tredozio), Giovanni Malpezzi (Faenza), i delegati Matteo Giacomoni (Bagnacavallo) e Giuseppe Travaglini (Modigliana). Presenti anche i volontari dell’associazione nazionale carabinieri



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