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Stato di sicurezza sociale e di bene-essere in tempo di COVID-19

Alcuni spunti del professor Stefano Zamagni

Stato di sicurezza sociale e di bene-essere in tempo di COVID-19

La pandemia da COVID-19, con tutti i suoi aspetti di crisi dei settori sanitari, economici e sociali, oltre che culturali, costituisce una straordinaria opportunità per ripensare e riformare profondamente lo Stato di sicurezza sociale e di bene-essere, riportandolo entro l’alveo di uno sviluppo integrale, sociale, sostenibile e inclusivo. Ne è convinto il professor Stefano Zamagni in base ad alcune sue recenti riflessioni.

Ma prima di entrare nella considerazione delle cose da mettere in atto, giova fare qualche cenno su alcune importanti lezioni che ci vengono dalla pandemia di SARS-2.

 

Lezioni dalla pandemia

Una prima lezione è che c’è bisogno di un grande bagno di umiltà, da parte di tutti: scienziati, politici, uomini d’impresa, persone comuni, intellettuali. Infatti, troppo a lungo si è coltivata l’illusione che le nuove tecnologie del digitale, introdotte dalla quarta rivoluzione industriale, ci avrebbero dato una crescita lineare, senza limiti. Si consideri, ad esempio, le promesse del progetto transumanista, coltivato presso l’University of Singularity in California, di arrivare entro il 2050, a portare la durata della vita umana fino a 120 anni. Ciò che non si tiene in conto è che il doppio carico di malattia non descrive la realtà, perché alle patologie croniche e acute si devono aggiungere anche le patologie da virus.

Una seconda lezione da apprendere è che la pandemia da COVID-19 non è un evento accidentale e tanto meno casuale. Come la storia insegna, le epidemie affliggono le società attraverso le vulnerabilità che gli uomini creano per il tramite delle loro relazioni con l’ambiente, con le altre specie e tra loro. Il coronavirus si è diffuso perché ha trovato il suo adattamento nei tipi di società che noi abbiamo costruito: megalopoli disumane; aumento delle diseguaglianze sociali che spingono i gruppi meno abbienti a cibarsi della carne di animali selvatici commerciati nei wet market; una urbanizzazione incontrollata che distrugge gli habitat animali, alterando le relazioni tra esseri umani ed animali. In particolare, la moltiplicazione dei contatti con i pipistrelli, che sono una riserva naturale di innumerevoli virus capaci di attraversare le barriere di specie e di riversarsi sulle persone.

Una terza importante lezione che ci deriva dalla tragedia della pandemia da COVID-19 è la mancata applicazione del principio di sussidiarietà nella gestione della crisi pandemica. Per un verso si è resa urgente tutta una serie di interventi decisi dall’autorità centrale, dall’altra si è mostrata l’insipienza di una prassi politica non propensa a riconoscere il pluralismo sociale, culturale e religioso. Basti pensare che si è giunti ad ignorare, ora più ora meno, la rilevanza sociale e democratica della famiglia, della scuola paritaria, del terzo settore, dell’autonomia della Chiesa. Sembra che nessuna espressione del terzo settore è stata chiamata a far parte dei tanti organi tecnici e delle varie commissioni di esperti.  Gli enti di terzo settore avrebbero potuto mettere a disposizione il patrimonio di conoscenze e di informazioni che solo chi opera sul territorio e per il territorio è in grado di fornire. Avrebbero potuto provvedere all’assolvimento di mansioni, di azioni di pedagogia sanitaria e di educazione alla responsabilità intesa non tanto come imputabilità, quanto piuttosto come farsi carico del peso delle cose, del prendersi cura dell’altro.

 

Il da farsi

Guardando oltre l’emergenza, è necessario scongiurare il rischio di un ritorno, sia pure in forme nuove, del neo-statalismo. Lo Stato deve essere facilitatore e non tanto imprenditore, se non per settori chiave o in caso di supplenza. Deve cioè operare per creare condizioni affinché imprese private e enti di terzo settore possano librarsi con le loro ali, senza sostituirsi in modo paternalistico ad essi. Si dovranno escogitare strumenti nuovi che permettano investimenti in equità da parte dello Stato per favorire aggregazioni di imprese in attività strategiche. Si pensi all’economia verde, alle nuove infrastrutture per la sanità e per la scuola. Come rammentava spesso Luigi Sturzo, lo Stato non può diventare un’istituzione totale, dato che esso appartiene all’ordine dei mezzi e non dei fini.

Sempre pensando al faciendum occorre procedere alla rifondazione del sistema fiscale. Tra i punti di prioritaria rilevanza, il primo è quello dell’evasione. Le stime più attendibili parlano di 110 miliardi circa all’anno. Il secondo punto riguarda la conservazione della base imponibile dello Stato. Se non si difende la base imponibile e, dunque, la sua capacità produttiva, mancherà il sostegno alla spesa dello Stato. Il settore pubblico non è base imponibile. Non si ignori, inoltre, la fuga dei capitali verso i paradisi fiscali, soprattutto in quelli localizzati all’interno della UE. Rispetto a ciò potrebbero essere utili politiche che non finanzino imprese che sono registrate in paradisi fiscali. Il terzo punto è dato dall’infausta politica del tax and spend: si tassa e si redistribuisce privilegiando assistenzialisticamente futuri elettori. Nella fase della pandemia sarebbe un errore. Bisogna, invece, favorire coloro che sono capaci di creare valore aggiunto per sostenere il sentiero dello sviluppo integrale, sociale, sostenibile, inclusivo. Come mezzo capace di reperire risorse da mettere a servizio dello sviluppo dei più deboli in Europa andrebbe riconsiderata la possibilità di estendere la Tobin tax sulle transazioni finanziarie. È stato calcolato che una tassa dello 0,1% genererebbe nei soli USA più di mille miliardi di dollari in un decennio. Le difficoltà di natura tecnico-amministrativa per la execution di una tale tassa non sono tali da giustificare l’abbandono dell’idea. Per cui il proposito di almeno una decina di Stati europei che hanno in parte già considerato un simile progetto andrebbe sostenuto ed ampliato, includendo possibilmente tutti gli Stati del nostro continente.

Nel lungo periodo del lock-down ci si è abituati a comunicare da remoto e a tenere lezioni e riunioni on line. Lo stesso dicasi per l’assistenza medica e psicologica da remoto e per lo smart working. (A dire il vero, però, si tratta di home working; lo smart working è ben altra cosa). Si è così scoperto che il nostro paese è rimasto indietro sul digitale. La scuola si è adeguata, ma solo in parte. 1/3 dei ragazzi sono rimasti isolati e anche per i restanti 2/3 quel che si è fatto non è sufficiente, salvo alcune lodevoli eccezioni. Pertanto, una quarta linea di azione è quella di portare ovunque la fibra ottica e riempire lo spettro delle frequenze adatte al 5G. L’indice europeo DESI (Digital Economy and Society Index) sul grado di digitalizzazione dei vari paesi vede l’Italia al 24° posto su 28 Stati, con un indice digitale pari a 44, contro la media europea di 52,5. La Finlandia ha un indice di 70. Tutti, anche e soprattutto i poveri, devono poter accedere alla banda larga e a strumenti tecnologici adeguati al nostro tempo. La banda larga ultraveloce raggiunge il 24% della popolazione italiana, mentre la media UE è del 60%. Gli immobili connessi alla fibra ottica e wireless alla rete a banda ultralarga superano di poco i due milioni. Per quanto detto non si può procedere con l’attuale preoccupante diseguaglianza digitale. Occorre lanciare un piano pluriennale straordinario per le infrastrutture digitali. Ciò servirebbe finalmente a dare vita anche al progetto di life-long-learning, a favore principalmente della popolazione anziana, ma non vecchia, a rischio di disoccupazione per l’insufficiente competenza ad inserirsi nella nuova traiettoria tecnologica.

 

Verso il welfare Society

Un’altra linea di trasformazione del nostro Paese è quella di affrettare i tempi del passaggio dal modello di welfare State ereditato dal recente passato al modello di welfare Society ovvero di welfare di comunità. Mentre il welfare State poggia sull’idea che debba essere lo Stato (e gli altri enti pubblici) a farsi carico del welfare, avendone l’esclusiva titolarità, il modello di welfare Society fa sua l’idea che è l’intera società, di cui lo Stato è parte essenziale, a prendersi cura del benessere delle persone. Il welfare State, così com’è organizzato, oggi non è più sostenibile: primo, per ragioni finanziarie (lo scarto tra costi e ricavi è destinato ad aumentare col tempo per ragioni oggettive, a prescindere da inefficienze varie nell’allocazione delle risorse); secondo, perché tale modello ha finito col deresponsabilizzare il cittadino. Se è lo Stato a prendersi cura delle persone dalla culla alla bara – secondo la felice espressione di Lord Beveridge (1944) – è ovvio che le libere espressioni della società civile si vedono scavalcate. Comunità è parola che viene da cum-munus, che implica la messa insieme dei doni. È difficile creare comunità in contesti in cui un ente sovrano pensa e provvede a tutto e a tutti. Se allora non si vuole abbandonare l’universalismo – che è stata la grande conquista di civiltà del welfare State – andando verso il modello americano di welfare capitalism, non c’è alternativa rispetto alla welfare Society. Ciò è massimamente vero in sanità, come l’esperienza di questo tempo di pandemia ci indica. Bisogna avere il coraggio di dire che la sanità privata for profit non ha fondamento né economico né etico. Si tenga infatti presente che la salute è un bene comune, né un bene privato né un bene pubblico. Ne deriva che la sua governance non può essere né privatistica né pubblicistica. Quanto è successo con la pandemia da COVID-19 è la più cogente riprova di tale asserto. Il passaggio, ormai da tutti ritenuto indispensabile, da una sanità centrata sull’ospedale ad una sanità di territorio, vale a dire da un modello organizzativo focalizzato sul paziente ad uno focalizzato sulla comunità, mai potrà essere realizzato fintanto che non si comprenderà la natura di bene comune della salute. Il nuovo welfare deve essere generativo, cioè abilitante; non redistributivo, né assistenzialistico. Nel 2018, il reddito disponibile del 20% più ricco della popolazione era pari a 6 volte quello del 20% più povero. D’altro canto, nel 2016 il 30% più ricco deteneva il 75% del patrimonio netto, mentre il 30% più povero l’1%. Non è tollerabile continuare a finanziare un welfare state che aumenta le disuguaglianze sociali, anziché ridurle.

a cura di + Mario Toso



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