Da Gerusalemme ai confini della terra
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L'omelia di S.E. Mons Mario Toso in occasione della solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo

La celebrazione si è svolta domenica 5 luglio in cattedrale, a Faenza

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Cari fratelli e sorelle, per varie ragioni la solennità dei santi Pietro e Paolo è stata spostata a oggi (domenica 5 luglio). Nella festa dei due Apostoli abbiamo l’opportunità di riflettere sulla Chiesa, costituita sul loro fondamento, come comunità di fede, di speranza e di carità. Pietro e Paolo sono due figure molto diverse. Pietro era di Betsaida. Con la famiglia di Zebedeo, padre di Giacomo e di Giovanni, gestiva una piccola azienda di pesca sul lago di Genezaret (cf Lc 5,10) e, quindi, poteva godere di una certa agiatezza economica. Era animato da un sincero interesse religioso. Desiderava che Dio intervenisse nel mondo. Col fratello Andrea si spinse fino in Giudea per seguire la predicazione di Giovanni il Battista. Ebreo, credente e osservante, aveva fiducia nella presenza operante di Dio nella storia del suo popolo e, tuttavia, era un poco rammaricato perché non poteva vederne l’azione potente nelle vicende del suo tempo. Paolo era un colto fariseo che insegnava nelle sinagoghe.

Inizialmente è stato avversario dichiarato dei cristiani, sino a diventarne persecutore, finché il Risorto non lo ha scosso dentro: più che farlo cadere sulla via di Damasco, ha fatto cadere la sua presunzione di uomo religioso superiore e per bene. E, dunque, se i Dodici dapprima, dopo l’Ascensione, integrano il loro numero con l’elezione di Mattia al posto di Giuda (cf At 1, 15-26), il Risorto stesso chiama Paolo (cf Gal 1,1). Pur chiamato dal Signore come Apostolo, Paolo confronta il suo Vangelo con il Vangelo dei Dodici (cf Gal 1,18). Si preoccupa di trasmettere ciò che ha ricevuto e non si è inventato lui.  

Quando andarono in missione, Pietro si rivolse ai giudei, mentre Paolo ai pagani. E, quando le loro strade si incrociavano, discutevano animatamente, come lo stesso Paolo testimonia nella lettera ai Galati (cf Gal 2, 11). Erano entrambi impulsivi e piuttosto decisi. Ma sebbene fossero persone alquanto diverse per cultura e sensibilità si sentivano fratelli, come in una famiglia unita, ove spesso si discute, ma sempre ci si ama. La familiarità e la fraternità che li legavano non venivano tanto da inclinazioni naturali, da volontà umana, quanto piuttosto dall’amore per il Signore, da quell’unico e identico amore totalizzante che li legava al Cristo e per il quale vivevano. Lui li teneva in comunione tra di loro e con Lui, senza uniformarli. Li univa nelle differenze, facendo di queste una ricchezza per tutta la comunità cristiana.

Poiché questa cattedrale è intitolata a Pietro viene spontaneo riflettere sulla sua figura, sull’itinerario spirituale che egli ha compiuto, divenendo pescatore di uomini. La chiamata di Pietro da parte di Gesù avviene in un giorno qualsiasi, mentre Pietro è impegnato nel suo lavoro di pescatore. Gesù si trovava presso il lago di Genèzaret e poiché la folla che desiderava ascoltarlo è era numerosa chiede di salire sulla barca di Simone, pregandolo di scostarsi dalla riva. La barca di Pietro diventa così la cattedra di Gesù. Quando ha finito di parlare, dice a Simone: «Prendi il largo e calate le reti per la pesca». Tutti conosciamo che cosa avvenne. La reazione di Pietro davanti alla pesca miracolosa è quella dello stupore e della trepidazione: «Signore allontanati da me che sono un peccatore» (Lc 5,8). Gesù risponde invitandolo alla fiducia e ad aprirsi ad un progetto che oltrepassa ogni sua prospettiva: «Non temere; d’ora in avanti sarai pescatore di uomini» (Lc 5, 10). Pietro non poteva ancora immaginare che un giorno sarebbe arrivato a Roma e sarebbe stato qui «pescatore di uomini» per il Signore.  Egli accetta questa chiamata sorprendente, di lasciarsi coinvolgere in questa grande avventura: è generoso, si riconosce limitato, ma crede in colui che lo chiama e insegue il sogno del suo cuore. Dice di sì – un sì coraggioso –, e diventa discepolo di Gesù.

Pietro vive un altro momento significativo nel suo cammino spirituale nei pressi di Cesarea di Filippo, quando Gesù pone ai discepoli una domanda precisa: «Chi dice la gente che io sia?» (Mc 8, 27). Ma soprattutto quando Gesù vuole sentire una risposta da chi ha accettato di coinvolgersi personalmente con Lui: «E voi chi dite che io sia? (Mc 8, 29). È Pietro a rispondere anche per conto degli altri: «Tu sei il Cristo», cioè il Messia. Pur avendo dato una risposta formalmente esatta, Pietro non aveva ancora capito il profondo contenuto del compito messianico di Gesù. Pietro nei suoi pensieri insegue il sogno di un Messia liberatore terreno. Aveva il desiderio che il Signore imponesse la sua potenza e trasformasse subito il mondo. Davanti all’annuncio della passione si scandalizza e protesta, suscitando la vivace reazione di Gesù (cf Mc 8, 32-33). «Rimettiti dietro di me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini» (Mc 8, 33). Non indicarmi tu la strada. Scelgo io la mia strada. Tu vieni dopo di me.

Pietro impara così che cosa significa veramente seguire Gesù. Ne viene un grande insegnamento per noi. Anche noi abbiamo il desiderio di Dio, vogliamo essere generosi, ma ci aspettiamo anche che Dio sia forte nel mondo e lo trasformi subito secondo le nostre idee, secondo le urgenze che noi vediamo. Dio, invece, sceglie un’altra strada, che non è quella della forza che si impone. Dio sceglie la via della trasformazione dei cuori nella sofferenza e nell’umiltà. È la via della croce. Come Pietro siamo chiamati a cambiare mentalità, a convertirci, a non opporci alla profezia della croce. Dobbiamo seguire Gesù e non precederlo, mettendo davanti noi, le nostre vedute. È Lui la Via, La Verità e la Vita.

Nel suo cammino spirituale Pietro ha ulteriori opportunità di manifestare la sua professione di fede in Gesù Cristo, come quando il Signore chiese ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Di nuovo, a nome di tutti, Pietro rispose con parole immortali: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (cf Gv 6,66-69). Ma non è ancora una fede compiuta. La sua era una fede in cammino. Sarebbe arrivato alla vera pienezza, passando mediante l’esperienza degli avvenimenti pasquali, allorché tradisce il Maestro (cf Mc 14, 66-72) e capisce di aver bisogno del perdono del Signore. Allorché, in un mattino di primavera, Gesù gli affida la grande missione universale di pascere le sue pecorelle, dopo avergli chiesto di amarlo senza riserve, con un amore totale e incondizionato (cf Gv 21,15), Pietro ripete la risposta di un semplice e umile amore umano: «Signore, ti voglio bene come so voler bene». Gesù, in certo modo, si adegua all’amore di Pietro. Gli dà fiducia, abbassandosi alle sue capacità, attendendo la sua crescita spirituale, verso un amore senza limiti, incondizionato. A tale pienezza, senza dubbio, Pietro giungerà quando verrà crocifisso come il Maestro, ma con la testa in giù. Pietro raggiunge il vertice della sua professione di fede, allorché si immedesimerà al Crocifisso, ossia al Figlio di Dio che si dona al Padre con un amore totale e totalizzante. L’amore di Pietro sulla croce supera l’umile amore umano e diviene finalmente un amore compiuto, simile a quello di Cristo crocifisso. Pietro trasfigura la sua esistenza in quella di Cristo morente, sino a condividerne la sorte gloriosa. Così, diviene testimone affidabile, roccia su cui viene edificata la Chiesa.

+ Mario Toso



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