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26 luglio 1980: l'oro olimpico di Sara Simeoni

Sono trascorsi esattamente quarant’anni da un’impresa sportiva rimasta nella storia

26 luglio 1980: l

Ricordo bene quel giorno: ero davanti alla televisione a guardare in diretta le Olimpiadi da Mosca.

Fu un trionfo che ha segnato la storia dello sport italiano: Sara Simeoni vinceva la medaglia d’oro nel salto in alto. Un’impresa che poi ha consacrato la saltatrice veronese “Atleta Azzurra del XX secolo”.

Sara Simeoni, oggi 67enne (io stesso ho appena due mesi più di lei...) e ancora ambasciatrice dell’atletica italiana.

Il salto di 1,97 al secondo tentativo dopo avere superato alla prima prova tutte le altre misure, che mise fine al duello con la polacca Kielan e con la tedesca dell’Est Kierst. L’altra atleta della Germania orientale, Rosemarie Ackermann, la più temuta, era già uscita di scena a 1,94. In tribuna a spronare Sara il suo allenatore Erminio Azzaro, che poi sposerà nel 1987.

Sul gradino più alto del podio allo stadio Lenin nessuna divisa della Nazionale, ma quella del Coni, nessun tricolore né l’inno di Mameli, ma solo le note dell’inno olimpico.

L’Italia aveva aderito, parzialmente, al boicottaggio delle Olimpiadi di molti paesi dell’area occidentale, in seguito all’invasione dell’Afghanistan da parte dell’allora Unione Sovietica.

Poco tempo fa Sara ammise: “Più mi riguardo e più penso che il mio salto aveva qualcosa di moderno”. Sarebbe stata felice, l’allenatrice e tecnica Sara Simeoni, di preparare una ragazza come se stessa, la 12enne con la valigia dei sogni in mano che nel 1965 fu indirizzata al campo d’atletica della sua insegnante e che dietro i folti capelli neri, in quel miscuglio di fantasie che ci trascina e ci seduce nell’adolescenza, immaginava di diventare soprattutto una ballerina. Il 26 luglio di quarant’anni fa, la ballerina Sara avrebbe trasformato il salto in alto in una danza, prendendosi l’oro olimpico.

Sapeva di potercela fare, anche quando fu vittima di un attacco di panico, prima della finale: ebbe la tachicardia, le lacrime agli occhi. Ad un certo punto, era successo questo: ricevette la visita della paura, un’amica scomoda, pericolosa. Ma Sara non ebbe paura della paura. Invece di combatterla, l’accolse.

In un certo senso, ci ricorda quello che disse Franklin D. Roosevelt, Presidente degli Stati Uniti d’America, al discorso di insediamento, il 4 marzo 1933, nel pieno della crisi causata dal crollo di Wall Street del 1929: “Quindi, innanzitutto, desidero affermare la mia sicura convinzione che non abbiamo niente di cui aver paura, salvo la paura stessa”.

Sara sapeva soltanto che, dopo la prima prova in finale, orribile, non si sa come, dagli spalti la raggiunse un incitamento: “Svegliati!”, urlato da Erminio Azzaro.

A Mosca Sara si era presentata da primatista mondiale in carica: 2,01 stabilito il 4 agosto del ’78 a Brescia, tra l’altro ripreso casualmente da una telecamera, poiché si trattava di un meeting non particolarmente importante.

I suoi salti erano il simbolo di un’Italia sportiva piena di passione, un’atletica in cui vincere le Olimpiadi voleva dire ancora essere “premiati” con un orologio, mentre stabilire un primato mondiale significava un bonifico di sei milioni di lire, tremila euro di oggi.

“La Simeoni è stata forse l’ultima interprete di uno sport romantico. Le sue lacrime di gioia hanno inondato il cuore di milioni di spettatori: ne sentiamo la mancanza”, parole di Gianni Merlo, giornalista sportivo italiano, firma della Gazzetta dello sport e presidente dell’Associazione internazionale della stampa sportiva.

Grazie Sara. 40 anni dopo l’emozione è ancora forte.

 

Tiziano Conti



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