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Il testamento biologico

Rileggendo il testo della legge si avverte una sottile ansia di fondo per concludere rapidamente un tema oltremodo complesso.

(di Angelo Gambi)
Rileggendo il testo della legge si avverte una sottile ansia di fondo per concludere rapidamente un tema oltremodo complesso. Esistono certo aspetti positivi, altri meno chiari, a volte confliggenti.

Ad esempio il consenso informato: “Ogni persona ha il diritto di conoscere le proprie condizioni di salute e di essere informato in modo completo, aggiornato, e a lei comprensibile riguardo alla diagnosi, prognosi, benefici e rischi degli accertamenti diagnostici e dei trattamenti sanitari indicati, nonché riguardo alle possibili alternative e alle conseguenze dell’eventuale rifiuto del trattamento sanitario e dell’accanimento diagnostico o della rinuncia ai medesimi. Può rifiutare in tutto o in parte di ricevere informazioni...”. Aleggia sullo sfondo la possibilità di azioni legali. Quali sono gli atti medici? Tutti? Anche una semplice iniezione intramuscolare può comportare effetti collaterali.

Il tentativo è nobile, aulico, ma per rispettare ogni disposizione per ogni paziente, non saranno forse necessarie ore e ore di confronto, non sempre compreso e recepito? La struttura sanitaria è così zelante e generosa da permettere tutto ciò? Tutto questo dialogare per far capire, si concilia con il tempario di non oltre 20 minuti, per ogni singola visita?

Non è che, in definitiva, nulla cambi e l’unico risultato rimanga la produzione di un mucchio di carta da leggere e firmare anche se non si è capito tutto? Sempre per cautelarsi da possibili rischi legali? Rimane comunque il fatto positivo che questo punto sul consenso possa stimolare tutti gli attori ad assumersi, ciascuno, tutte le proprie responsabilità secondo il proprio ruolo. Si è pronti a ciò? Per il paziente: deve decidere dopo essere stato informato su tutto, soprattutto sulla natura della malattia, con la possibilità reale anche di poter morire; dovrà decidere su tutto e sui possibili mutamenti, su cosa volere o no. Avrà comunque termine la tendenza alla rimozione e alla caritatevole menzogna “Non sa nulla, non deve sapere; dite che è solo una brutta infiammazione. Morire? Ma vogliamo scherzare?”. Si dovranno coinvolgere nuove figure professionali per tutelare pazienti in coma o con handicap gravi o minori, oltre alla figura del tutore. E chi paga?

Per i medici e gli infermieri: l’operatore sanitario non può diventare una figura passiva come un cameriere che con penna e taccuino recepisce un menu, né può essere solo un esecutore muto di disposizioni e desideri; forse, suo malgrado, lo sta diventando, con la selva di protocolli, linee guida, normative. Invece il personale sanitario ha un suo Codice deontologico, ha diritto all’Obiezione di coscienza per atti che non condivide (sarà precisata in seguito?) e non deve rinuciare alla relazione interpersonale col malato, che è l’aspetto fondante di questa professione.

Si potrebbe, a tal proposito, riflettere su come tamponare la sottile sfiducia e diffidenza che ormai sussiste fra curanti e curati. Da dove nasce? Il rischio reale è che in questa jungla normativa, la figura del medico finisca per stemperare il proprio ruolo e ridursi in realtà a livello di zelante burocrate asettico.

Si parla inoltre ancora di alleanza terapeutica? È da riproporre? Un mio amico, recatosi negli Usa per un convegno, fu ricoverato per un disturbo cardiaco. All’ingresso in ospedale subito gli furono chiesti la carta di credito (con un totale di spesa di 40mila dollari) e le Disposizioni di fine vita, per non correre rischi. Sarà solo così?

Per la struttura sanitaria: per fare tutte queste belle cose, ci vorrà tanto, tanto tempo. Sarà concesso? La legge nobilmente recita “Il tempo della comunicazione tra medico e paziente costituisce tempo di cura!”. L’esperienza purtroppo dice che vi è sempre solo tanta fretta unita a un sottile anonimato.

Ci vogliono poi tanti soldi per queste nuove esigenze; come si farà a ottemperare la legge quando intima che non dovranno esservi ulteriori aggravi finanziari sui bilanci? Fermo restando che il consenso del paziente debba diventare sempre più consapevole e che inoltre le risorse economiche son sempre più scarse, può diventare obsoleto parlare di accanimento terapeutico. Chi si proverà più a farlo? Non è forse più possibile il rischio dell’abbandono terapeutico?

Ormai, la tutela della salute è sottomessa all’economia, e spesa e risparmio sono gli unici obiettivi. Se il criterio economico è la priorità, ma chi osa fare dell’accanimento? Non ci sono poi le linee guida? Se poi la Regolamentazione diventa totale e tutto viene normato, non è che la relazione medico paziente finisca per irrigidirsi? Idratazione e nutrizione da sospendere perché terapie? E perché non togliere l’aria e in tal modo si farebbe prima? Acqua, aria, sono terapie o costituenti di base dell’organismo? Aria e acqua non sono diritti naturali? Ecco, su questi temi non è possibile recepire definizioni proposte come verità uniche... c’è da discutere ancora.

Eutanasia? Non se ne parla. L’unico accenno riguarda la possibilità di riconoscere al medico il diritto di rifiutare le indicazioni del paziente, se non sono in linea con la legge e la deontologia professionale, sempre in attesa dell’obiezione di coscienza.

In definitiva, cosa può fare ora un cristiano con la sua coscienza entro questo spazio normativo?

Si può fare tanto: si può riproporre la dimensione della carità, vale a dire saper accogliere, ascoltare, accompagnare, sorreggere, ricordare che la Grazia e la Misericordia di Dio consolano, sollevano, guariscono.

Si tratta di riproporre un’esperienza di umanità piena. Si tratta di non abbandonare nessuno, senza nascondersi dietro il comodo paravento delle norme, sostenendo il malato perchè possa fare il proprio cammino fino a essere in grado di scorgere senso e significato di quello che gli sta accadendo.

Rimane sempre l’uomo come scenario di fondo, con i suoi valori e la sua capacità di amare, di costruire, di ampliare, di disegnare nuovi spazi e nuove opportunità per una solidarietà rinnovata.

Angelo Gambi



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